وحنين من الألوان

3 giugno 2010


Familiarità (con le brochettes soprattutto!)

18 maggio 2010


Immagini complici

18 maggio 2010

E come spesso accade, ricomincio dalla fine.

Un saluto è per Nonna Etta, che Sabato ha lasciato silenziosamente noi,le sue galline e la sua casa (illesa) costruita con l’acqua della fonte che portava in testa direttamente dalla fonte di Paganica a Nonno Antonio. La quinta nonna  che, dai  miei 13 ai 17 (18?) anni, ogni sacrosanto martedi di pasquetta, ricordo riunire famiglia e amichetti dei nipoti vari  in un pranzo chiassoso, offrendoci la scusa di andare a fare casini alle giostre del paese. 89 anni di solitaria attività rural-casalinga, solcata sulle rughe del suo volto affabile e mite. 89 anni di pura saggezza e savoir-faire paganichese.

Sono giorni e giorni che accumulo potenziali racconti e riflessioni, ma l’occasione di scriverli, io, sono capace di coglierla solo nei momenti di più sincera intimità. Tutto il resto è vita, frenesia.

Nell’ultimo mese marocchino, il tempo del picchio si è nutrito di tutte le occasioni che la primavera ha portato a tiro: ultimi viaggetti con l’Imasse, arrivi, partenze ,ricongiungimenti familiari. Istatntanee che conservo ben chiare nella testa, nel cuore, e che qui voglio imprimere. (torneranno anche i bei tempi della camera oscura?)

Welcome back to my mental-slideshow.

L’Aquila: fischi per fiaschi

13 aprile 2010

di Stefano Torelli

(http://www.lospaziodellapolitica.com/2010/04/laquila-fischi-per-fiaschi/)

A L’Aquila, una settimana dopo la ricorrenza dell’anniversario del terremoto del 6 aprile 2009, che ha messo letteralmente in ginocchio il capoluogo abruzzese, una domanda continua ad aleggiare: era giusto contestare il Consiglio Comunale riunito in seduta pubblica e straordinaria proprio la notte tra il 5 e il 6 aprile, per commemorare le vittime del terremoto? Ci si riferisce ai fatti accaduti durante quella seduta, in cui molti cittadini (non solo facenti parte dei comitati sorti spontaneamente i giorni successivi al terremoto) hanno ripetutamente fischiato e contestato i rappresentanti locali e, indirettamente, del governo italiano, tramite fischi alla lettura dei messaggi del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Secondo alcuni aquilani, si sarebbe trattato di una mancanza di rispetto verso le 308 vittime che si dovevano commemorare, secondo altri si sarebbe invece trattato di uno spontaneo e naturale moto di rabbia e rimostranza verso la politica, locale e nazionale, rea agli occhi dei contestatori di non aver risposto adeguatamente alle necessità e alle domande poste dalla popolazione di L’Aquila. Cerchiamo di analizzare il significato di quella protesta e i motivi per cui è scaturita, per arrivare ad alcune considerazioni più generali sulla classe politica italiana e sulla situazione dell’Aquila, di cui abbiamo peraltro avuto modo di parlare già varie volte. Un primo elemento da prendere in considerazione riguarda l’assenza delle autorità nazionali e dei responsabili della gestione della vicenda aquilana fino ad oggi. Berlusconi, che pure non ha perso occasione per essere personalmente presente a L’Aquila in svariate occasioni nell’ultimo anno, dall’inaugurazione dei primi alloggi del cosiddetto “Progetto C.A.S.E.”, alle visite ad alcune famiglie terremotate, passando per la passerella del G-8 spostato a L’Aquila in tutta fretta la scorsa estate, ha affidato la sua presenza a un messaggio scritto. Per ciò che concerne Guido Bertolaso, commissario straordinario per l’emergenza prima e la (ri)costruzione poi, che ha vissuto un anno intero a L’Aquila, la sua assenza si è fatta ancora più pesante, in quanto era presente nella città e nello stesso giorno ha reso molte interviste in diretta da Piazza Palazzo, il cuore del centro storico salito alla ribalta delle cronache per l’azione del cosiddetto “popolo delle carriole”. Nonostante fosse in città e nonostante in più occasioni anche lui non avesse disdegnato di stare tra la popolazione terremotata, si è tenuto alla larga dal Consiglio del 5 aprile. Perché? Probabilmente sia il Presidente del Consiglio, che il suo luogotenente capo della Protezione Civile, avvertivano il senso di disagio che, a distanza di un anno dal terremoto e con un centro storico ancora ridotto letteralmente in macerie, i cittadini aquilani hanno apertamente dimostrato negli ultimi due mesi, tramite l’azione dal basso e del tutto trasversale e apartitica delle “carriole”. Quindi, soprattutto in un momento che sarebbe dovuto essere dedicato al lutto e alla commemorazione, hanno ritenuto meglio evitare possibili tensioni e non prestarsi a possibili manifestazioni di dissenso. In ogni caso potrebbe essere letto come un segno di debolezza. Ciò detto, il Consiglio Comunale in seduta pubblica, gremito di cittadini ansiosi di risposte, oltre che intenti a ricordare i caduti della propria città, non è stato propriamente un consiglio in cui non si è fatta politica. E così, invece di dedicarsi alla commemorazione, si è voluto prima di tutto leggere i messaggi del Presidente Napolitano, del Presidente del Senato Schifani e, appunto, di Berlusconi. Un messaggio che si è incentrato sull’auto-esaltazione, piuttosto che sulla commemorazione delle vittime e che, proprio per questo, dal momento che le parole lette stridevano con lo spettacolo che la platea aveva davanti agli occhi in quel momento (tenendosi il Consiglio in Piazza Duomo, i cittadini sentivano parole che esaltavano il “miracolo aquilano”, mentre assistevano a una città abbandonata e distrutta), è stato accolto con fischi e malcontento. Idem per le parole del Sindaco Massimo Cialente (in quota PD, a ennesima dimostrazione del fatto che non si trattava di critiche strumentali), accusato di non rappresentare i cittadini e di non sapere portare avanti le istanze di tutti quegli aquilani che, progetto C.A.S.E. a parte, vorrebbero risposte concrete sugli scenari futuri della ricostruzione in città. Fischi e contestazioni, insomma, che rispecchiavano il malcontento della popolazione aquilana circa una situazione spesso dipinta come “miracolosa”, ma che di fatto non lo è, e che esprimevano dissenso verso delle autorità locali che non hanno dato fino ad ora risposte concrete ai mille dubbi che attanagliano la mente degli aquilani. E’ lecito esprimere il proprio dissenso nei confronti di quelle stesse persone che sono state scelte per rappresentare i cittadini? E’ stato lecito farlo in un momento come quello dell’anniversario del terremoto? Sicuramente si tratta di un fatto emblematico, sotto tanti punti di vista. Prima di tutto, la piazza aquilana, forse per la prima volta in modo così chiaro e fragoroso, ha contestato il governo, nella persona di Berlusconi, e questa è già una notizia. Non si tratta di ingratitudine, né di militanza politica, ma di un senso di insofferenza verso istituzioni che hanno usato la parola “L’Aquila” migliaia di volte in questo anno, ma mai in maniera del tutto disinteressata (vedi campagne elettorali, comizi, inviti a manifestazioni di consenso…) e, soprattutto, spesso con toni troppo trionfalistici, perdendo di vista la verità che quotidianamente si presenta agli aquilani. In seconda istanza, vi è la contestazione verso le autorità locali: cosa hanno fatto? Come si comportano di fronte al malcontento? Come rappresentano gli interessi degli aquilani? Spesso e volentieri non lo hanno fatto. Da qui le critiche, da qui i fischi. L’occasione doveva essere commemorativa ed è diventata politica, per volere dello stesso Consiglio. Il Sindaco non ha speso una parola per parlare di progetti futuri, né per dare alla popolazione un resoconto di come stiano effettivamente le cose a L’Aquila, né tantomeno si è stretto ai familiari delle vittime. Solo elogi di quanto è stato fatto fino ad ora, in quanto “di più non si sarebbe potuto fare”. E i fischi sono stati accolti con rabbia dai consiglieri, dei quali uno in particolare ha detto di “vergognarsi dei propri concittadini”, arrivando anche a dire ad un signore “Lei perché protesta? Non mi sembra faccia parte dei comitati”. E in quest’ultima frase sta tutta la distanza tra la nostra classe politica attuale e i cittadini che questa dovrebbe rappresentare. Come se solo i comitati cittadini (espressione, tra l’altro, di quella Politica dal basso che ha portato infine alle domeniche delle carriole) fossero incastonate nel ruolo di contestatori e tutti gli altri non possano farlo. Come a dire che la classe politica non può e non si aspetta di essere criticata, se non da quella parte di popolazione che è stata già bollata pregiudizialmente come “contestatrice”. Le contestazioni sono state probabilmente lecite, in quanto spontanee e non predisposte ad hoc. Sono servite, sebbene stigmatizzate da molte parti, a mettere la politica di fronte alla non coincidenza di vedute e interessi con i cittadini. Hanno rappresentato un momento di democrazia, per quanto duro e difficile da gestire, indispensabile in un Paese che ha bisogno di nuove dinamiche politiche e nuove modalità di azione sul territorio. Sarebbe un errore mortale accantonare quel momento di protesta come mera speculazione faziosa, senza interrogarsi sul perché di tutto quel malcontento. Si tratta di un problema che, come sempre da un anno a questa parte, si manifesta a L’Aquila, ma è paradigmatico dell’Italia intera. Il fatto che i fischi rivolti alla classe politica (nazionale, di centro-destra e locale, di centro-sinistra) siano arrivati in concomitanza con l’anniversario del terremoto, non indica mancanza di rispetto per le vittime (che, solo due ore dopo, sono state commemorate con immensa dignità da quasi 30.000 persone in una fiaccolata meravigliosa e silenziosa che ha unito tutti i cittadini), ma è dipeso dal fatto che per la prima volta in un anno quel Consiglio ha ritenuto opportuno riunirsi insieme ai cittadini. E anche quest’ultimo fatto, dopo una tragedia come quella accaduta a L’Aquila, deve far riflettere.

Alla mia città offesa.

6 aprile 2010

Ai miei concittadini, quelli che finora hanno cercato un argomento da cui partire per provare a spiegare, quelli che sono rimasti zitti, increduli, rassegnati, rispettosi, nostalgici, arrabbiati, queli che dissimulano rabbia per celare il dolore, quelli che pensano al domani per non pensare al presente,quelli che si sentono soli, nel mondo, senza L’Aquila, quelli che si sentono soli, a L’Aquila, senza qualcuno.

Grazie Ale per riuscire a dire anche solo….vagli a spiegare:

http://chiappanuvoli.wordpress.com/2010/04/06/vagli-a-spiegare-del-6-aprile/

Ceuta B-SIDE (parte due)

1 aprile 2010

Ad un non-europeo invece può succedere anche questo…

“Tra la fine di agosto e l’inizio di ottobre migliaia di immigrati, dopo aver attraversato il Sahara, sono giunti in vista dell’avamposto europeo in Africa, le due enclavi spagnole di Ceuta e Melilla.

Pochi metri li separavano dall’Europa, e la tentazione era troppo grande per non saltare il doppio reticolato, per guadagnare la terra promessa. Solo poche centinaia di immigrati ce l’hanno fatta: la stragrande maggioranza è stata respinta o ributtata al di là delle barriere. Una quindicina i morti, centinaia i feriti lungo la frontiera della speranza. A sparare, da entrambe le parti, forze dell’ordine spagnole e marocchine.

L’associazione Medici senza frontiere (Msf), da oltre due anni presente nelle due enclavi per occuparsi degli immigrati subsahariani in transito dal Marocco, ha testimoniato la violenza con la quale l’assalto è stato respinto. Subito dopo le prime ondate, la sorveglianza è stata rafforzata, anche dalla parte del Marocco. I feriti sono risultati colpiti non solo da pallottole di gomma, ma da piombo vero; sono stati bastonati, morsi dai cani. Il salto delle reti, protette da filo spinato, ha prodotto lacerazioni profonde, fratture e traumi di diversa gravità.

Nel rimpallo delle responsabilità, la Spagna ha intimato al Marocco di rispettare i patti, l’accordo sull’immigrazione che obbliga Rabat a contrastare l’immigrazione illegale verso la Spagna. I due paesi si sono divisi il lavoro sporco. Madrid ha provveduto a ricacciare indietro gli immigrati irregolari e il Marocco a deportarli.

Il governo di Rabat ha adottato la tecnica più facile: allontanare gli immigrati dalle due enclavi e ricacciarli nel deserto. Lontano dalle telecamere, che avevano mostrato al mondo l’assalto ai reticolati, le autorità marocchine hanno abbandonato al loro destino gli immigrati. Secondo la denuncia di due ong, la francese Cimade e la marocchina Afvic, le autorità marocchine avrebbero proceduto a rastrellamenti di immigrati anche lontano dalle due enclavi.

Una parte di loro sarebbe stata portata a Oujda, nel nordest del paese, e da qui espulsa verso il deserto e la vicina frontiera algerina, alimentando quella guerra di nervi che caratterizza da anni i rapporti tra i due vicini. La frontiera è chiusa dal 1994, e le autorità vi hanno spinto gli immigrati, senza mezzi di sostentamento e di comunicazione, poiché cellulari e denaro erano stati loro tolti a Oujda.

Alcuni immigrati hanno raccontato di essere stati accolti dai militari algerini, ma nuovamente respinti verso il Marocco, e poi sospinti ancora verso l’Algeria. Tra gli espulsi, anche dei “regolari”: persone con lo statuto di rifugiato o con la ricevuta della richiesta di asilo rilasciata dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), in Marocco.

Altri migranti sono stati costretti ad attraversare i territori liberati del Sahara Occidentale, dove sono stati raccolti, a piccoli gruppi, dal Fronte Polisario e concentrati nelle località di Bir Lahlou e Mahbes, nel nord del paese. Sono circa un centinaio e di loro si è occupata la Mezzaluna rossa sahrawi, che ha fatto appello ai paesi africani per organizzare il loro rimpatrio. Si tratta di persone espulse verso il deserto dalle autorità del Marocco.

Un altro gruppo di immigrati vive, da circa un anno, a Tifariti, sempre nei territori liberati. Sono di origine asiatica e sono stati espulsi verso il muro costruito dai marocchini per difendersi dagli attacchi del Polisario, che li ha raccolti. Sono una quarantina, senza documenti, anche se alcuni di loro dichiarano di essere entrati legalmente in Marocco, con un visto, e poi, una volta finito il denaro, espulsi verso il Sahara Occidentale, probabilmente perché il Marocco non voleva accollarsi il loro mantenimento, non avendo accordi di estradizione con i paesi d’origine.

Va sottolineato come da alcuni anni il segretario generale dell’Onu, nel suo periodico rapporto al Consiglio di sicurezza sull’attuazione del piano di pace e la missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale (Minurso), segnali questi flussi di immigrati, la precarietà della loro esistenza, non solo per la durezza del clima, ma anche per i campi minati disseminati dal Marocco lungo tutti i 1.800 chilometri del muro.

I caschi blu hanno effettuato delle ricognizioni, anche con gli elicotteri, ma il governo di Rabat ha protestato perché non rientrerebbero nei compiti affidati all’Onu. In attesa che la comunità internazionale reagisca, è toccato ai rifugiati sahrawi occuparsi di altri rifugiati. (!!!)

Ci sono volute inchieste giornalistiche e le denunce di alcune ong perché il Marocco rallentasse i respingimenti disumani verso il deserto. Per placare lo scandalo montante, Rabat ha organizzato alcuni voli di rimpatrio verso il Senegal e il Mali di quasi duemila persone, ma, lontano dai riflettori, sono continuate le espulsioni.

Le autorità hanno organizzato quelle che sono state battezzate “le carovane della vergogna”: lunghe file di bus che trasportano gli africani nel sud del paese e verso la Mauritania, passando per il Sahara Occidentale occupato. Hisham Rachidi, direttore dell’Afvic, ha raccontato che un gruppo di 80 persone, a est di Smara, stava marciando in direzione della Mauritania verso un campo minato, quando è stato fermato in tempo dall’associazione.

Ceuta e Melilla, secolari enclavi della Spagna sulla costa mediterranea dell’Africa, non sono nuove a questi scenari. Cambiate, però, sono la geografia dei flussi e la forza della loro spinta. Fino alla fine degli anni Novanta, le due enclavi, in particolare quella di Melilla, più vicina al confine, erano l’obiettivo privilegiato degli algerini in fuga dalla furia omicida del terrorismo fondamentalista. A Melilla, il centro di accoglienza di La Grania ospitava soprattutto algerini, rispediti dagli spagnoli, in nave, a Orano. Gli immigrati subsahariani erano nettamente in minoranza, anche se nel 1996 circa cento africani erano stati trasferiti in Guinea-Bissau, senza che le autorità si facessero troppi problemi sulla loro vera nazionalità.

È solo da circa tre anni che gli immigrati africani sono diventati la maggioranza degli aspiranti al grande balzo. Hanno ripreso le antiche rotte degli schiavi, incontrando sul proprio cammino schiavisti di ogni genere. Quella verso Ceuta e Melilla non è la sola rotta che mette a immediato contatto l’Africa con l’Europa.

Dall’altra parte dell’Africa, l’isola di Mayotte, staccatasi dal resto delle Comore per restare francese, subisce un fenomeno simile. Un terzo dei 160mila abitanti è formato da immigrati irregolari venuti dall’arcipelago, ma anche dal Madagascar e dall’Africa continentale. Sbarcano dall’isola più vicina, Anjouan, dopo aver pagato ogni anno un pesante tributo all’Oceano Indiano.

Negli stessi giorni in cui Madrid spingeva Rabat a riprendersi i subsahariani, Parigi discuteva l’abolizione del “diritto di suolo”, la possibilità per i bambini nati in Francia, vale a dire a Mayotte, da stranieri (come lo sono gli immigrati) di acquisire la nazionalità francese a 13 anni. Intanto, fino a tre charter al giorno riportano gli irregolari al loro posto.” (L.A.)

BUONA PRIMAVERA AQUILANA A TUTTI!

23 marzo 2010

Questo è il tempo aquilano  che per ora mi sto perdendo, questo è il tempo di cui gioisco ogni lunedi mattina:

Tanger

22 marzo 2010

Reti in mare: l’Europa a pesca di clandestini (parte 1)

22 marzo 2010

Sabato 13 Marzo 2010: con una partenza un po’stile Sex and the city e a bordo di una delle 6 milioni di Dacia Logan Renault  che inquinano il Marocco, si parte per Tangeri. Ma non senza prima aver fatto una capatina a Ceuta.

La strada che porta a Ceuta assomiglia ad un’ascesi in picchiata verso altrove. Per tutto il viaggio ho avuto la sensazione di salire: salire verso Nord, ri-salire la costa atlantica, lasciarsi alle spalle la costa piatta e sabbiosa di Larache e oltrepassare la catena del Rif  occidentale prima di giungere sull’ultimo lembo del continente africano. Ha ragione Fede (fedel’anormale) quando dice che guidando verso il promontorio di Ceuta, nei tratti in cui la strada che solletica le montagne argillose dalla cima arrotondata lambisce il  Mediterraneo prima di sfociarvi,  si ha l’impressione di guidare nel nulla. I paesaggi che ci si sono presentati, la visione celeste del mare nostrum e della costa di Gibilterra, il ricordo delle lezioni di epica al Ginnasio in cui la Lucci parafrasava l’ardire di Ulisse alle colonne d’Ercole hanno allietato di gran lunga quella che era partita come una fastidiosa ma obbligata deviazione dalla rotta per Tangeri per andare: a rinnovare il Visto.

Ceuta, per chi non lo sapesse, assieme a Melilla, è una delle due enclavi spagnole in territorio marocchino. La storia racconta di una città di fondazione fenicia contesa tra cartaginesi, romani, visigoti ed arabi, portoghese dal XV secolo ed infine ceduta alla Spagna con il Trattato di Lisbona, che da qualche decennio gode dello status di regione autonoma sotto la giurisdizione spagnola.  Benché molti marocchini non si rassegnino ancora e possa capitare che qualche poliziotto di frontiera si impunti a trovare qualche cavillo per non timbrare,  Ceuta è la comoda soluzione per le migliaia di espatriati europei che pur vivendo e lavorando in Marocco – magari da anni, ma gravati dalla solita nota precarietà contrattuale anche detta flessibilità – ogni 90 giorni sono costretti a rinnovare  il Visa: anche se  non si dovrebbe dire, è la soluzione per chi decide di sbrigarsela in giornata anziché  approfittare dei dahir marocchini per prendersi una vacanza. Ceuta infatti oltre ad essere “già Spagna” è già Europa, Unione Europea: l’estremo tentacolo del paraecumenico Spazio Shenghen, un escamotage comodo comodo per ogni cittadino europeo incensurato che non abbia voglia, tempo o modo di imbarcarsi su un aereo o su una nave per rientrare nel continente; un bel casino diplomatico, direbbe un analista sintonizzato al 2003, uno spazio di frontiera, direbbe un giurista; un potenziale paradiso fiscale, per un banchiere; un porto franco, per il fisco. Le porte (chiusa) dell’Europa sull’Africa.

Per un europeo, comunque, la cosa può essere molto meno: arrivi, lasci macchina ad uno dei 20 posteggiatori abusivi che ti assalgono all’arrivo e da cui non puoi scampare perchè oltre loro c’è il Mediterraneo, vai a piedi al guichet num.4, fai la fila, aspetti che un funzionario della polizia di frontiera compili a mano alcuni fogli prima di apporre il timbro di uscita, percorri due o tre lunghi corridoi fatti di grate gialle che ti conducono in un paio di gabbiotti scalcagnati dove farai rivedere il passaporto a qualche poliziotto che saluterai con un “Ola” e alla fine, dove finiscono i gabbiotti, voilà, sei in Europa. Entri, ti fai un giro in città, ti prendi una cerveza e rientri in Marocco salutando con un Salam Ala icum: nuovo timbro di entrata = visto rinnovato per altri 90 giorni.

In questo bizzarro rito di passaggio c’è una quantità di gente che transita in entrambe le direzioni, a piedi, in macchine nuove o scassate, colme di famiglie e merci, elettrodomestici, cioccolata e biscotti, sigarette, stoffe acquistate a peso e acquistabili in uno dei negozietti lungo l’unica strada tra la città e il mare. Oppure chissà dove ma, soprattutto, cosa. La folla è stato l’unico intralcio in tutta la procedura, se si escludono le volte in cui lasci passare qualche frigorifero su ruote spinto da un paio di giovanotti. C’è persino qualcuno che pensa ad offrirti, in cambio di qualche Dirham o euro, i cedolini di carta da compilare prima del timbro. Questi posti di frontiera non li ho mai capiti, sarà che nei miei ventisei anni di passaporto italiano e venti di cittadina shenghen, al massimo c’è memoria dell’ordinata e paciosa frontiera di Lugano…………………………. (to be continued)

Il tempo secondo R.Kapuscinski. E pure secondo me.

17 marzo 2010

L’europeo e l’africano hanno un’idea del tempo completamente diversa, lo concepiscono e vi si rapportano in modo completamente opposto. Nel concetto europeo il tempo esiste obiettivamente, indipendentemente dall’uomo, al di fuori di esso, ed è dotato di qualità misurabili e lineari. Secondo Newton il tempo è assoluto: “Il tempo assoluto, vero, matematico scorre in sé e per sé in virtù della sua stessa natura, uniformemente e senza dipendere da alcun fattore esterno”. L’europeo si sente schiavo del tempo, ne è condizionato, è il suo suddito in tutto e per tutto. Per esistere e funzionare deve ossservare le sue ferree e inamovibili leggi, i suoi rigidi principi e le sue regole. Devbe rispettare date, scadenze, giorni e orari. Si muove solo negli ingranaggi del tempo, senza i quali non può esistere. Ne subisce i rigori, le esigenze e le norme. Tra l’uomo e il tempo esiste un conflitto insolubile che si conclude inevitabilmente con la sconfitta dell’uomo: il tempo annienta l’uomo.

Gli africani autoctoni, invece, intendono il tempo in modo completamente opposto. Per loro si tratta di una categoria molto più flessibile, elastica, soggettiva. E’ l’uomo (un uomo, beninteso, che agisca conformemente al volere degli antenati e degli dèi) che influisce sulla forma del tempo, sul suo corso e ritmo. Il tempo è addirittura qualcosa che l’uomo può creare: infatti l’esistenza del tempo si manifesta attraverso gli eventi, e che un evento abbia luogo o no dipende dall’uomo. Se due eserciti non si danno battaglia, la battaglia non avrà luogo (ossia il tempo non manifetserà la sua esistenza, non esisterà).

Il tempo si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione, o addirittura non la intraprendiamo, esso sparisce. E’come una materia sempre pronta a rinascere sotto il nostro influsso ma che, se non le trasmettiamo energia, cade in uno stato di ibernazione o addirittura di non essere. Il tempo è un’entità inerte, passiva e soprattutto condizionata dall’uomo L’esatto contrario nel modo di pensare europeo. Tradotto in pratica, significa che se ci rechiamo in un villaggio dove nel pomeriggio deve tenersi una riunione e sul luogo stabilito non troviamo nessuno, non ha senso chiedere “quando comincia la riunione?”. La risposta è scontata: “Quando tutti saranno arrivati”.

da Ebano, Edizioni Feltrinelli 2007.

ps: Grazie Elisa e Roberto (alias Boom Boom e Wawa)